In questi tempi bui, in cui è difficile essere ottimisti e vedere la luce in fondo al tunnel della crisi, sono incappata nella lettura di un articolo pubblicato su Il Messaggero a firma di Nino Cirillo. Ha incontrato Giuseppe Giangrande, uno dei due carabinieri feriti nella sparatoria davanti Palazzo Chigi il 28 aprile scorso. La sua storia, il suo coraggio, insieme a quello della figlia Martina mi fanno commuovere ogni volta. Due persone meravigliose, un esempio per tutti. Per chi, me compresa, spesso si fa abbattere dalle difficoltà della vita. Lo so, sono discorsi già fatti, scontati probabilmente. Ma credo che leggere questo articolo (che riporto di seguito) possa essere spunto di riflessione per tutti. Un qualcosa, un modo di essere, che dopo mesi di silenzio mi ha spinto a voler di nuovo pubblicare qualcosa sul blog, perchè credo che questa sia la funzione utile del web. Quindi buona lettura.

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IMOLA – Il brigadiere dell’Arma Giuseppe Giangrande odia le pere cotte. A questo punto dovrebbero saperlo anche i muri, oltre che i medici e le infermiere, eppure continuano a propinargliele a ogni fine pasto. E lui continua a rimandarle indietro, perché a tutto è disposto per riprendersi la vita che la sparatoria di Palazzo Chigi stava per toglierli, ma le pere cotte no.

Da Palazzo Chigi a qui, a Montecatone, sulle colline imolesi che guardano all’Appennino toscano: Giangrande è ricoverato da venti giorni in un istituto di riabilitazione famoso in Italia e anche all’estero, in una stanza al secondo piano, al reparto di terapia subintesiva. Ma non date retta ai bollettini medici che si sono succeduti in questi giorni e che alla fine dicono tutto e niente: «condizioni soddisfacenti», «mobilità passiva», «respiro autonomo». No, non rendono l’idea di questa roccia d’uomo che l’altro giorno, per la prima volta, s’è conquistato con tutta la forza della sua volontà il diritto di tornare a sedersi su una sedia: finalmente -dopo un mese- può incrociare lo sguardo alla stessa altezza di chi viene a trovarlo.

UN UOMO FORTE
Una roccia d’uomo che dà battaglia non solo sulle pere cotte -e vince, perche più di una volta ha ottenuto una banana-, ma pensa, parla, discute, si organizza come chi ha già deciso che la traiettoria della sua vita non può essere ridotta a quella di un proiettile. Quando l’hanno trasferito di stanza, qualche giorno fa, appena è entrato ha afferrato il telecomando e acceso la tv «perché debbo seguire tutto, debbo tenermi informato». Se è per questo, informatissimo: ogni volta che la figlia Martina viene a trovarlo -tutti i santi giorni, la figlia che tutti vorrebbero avere- il brigadiere Giangrande l’assale con le stessa richiesta «Mi controlli la posta su facebook?». E Martina la controlla e gliela legge, ma non crediate che sia semplice: i messaggi arrivano a centinaia, «più di cinquanta al giorno non posso mica leggerglieli» sospira la ragazza.
Hanno creato un account solo per lui, lo salutano lo incoraggiano, gli stanno vicini come si fa ai tempi di internet, come si fa con un eroe vero.

TANTE LETTERE
Poi ci sono le lettere vere e proprie, le classiche lettere con busta di una volta, tutte per lui. E Martina si preoccupa anche di quelle: «Rispondo a tutte le lettere che hanno un mittente, a una a una. Ma non c’è verso: più io rispondo e più loro scrivono». E suo padre, il brigadiere Giangrande controlla molto da vicino tutta l’operazione: ha anche chiesto e ottenuto, nei giorni scorsi, che il materiale sia organizzato in raccoglitori ad anelli, più facilmente consultabili.

E dopo le lettere, i regali, i pensieri, i disegni dei bambini. Un’ondata di affetto e solidarietà che non si ferma. Per dirne una: si formano piccole e commoventi code, alle tre di ogni pomeriggio, davanti all’istituto di Montecatone, una vecchina, due fidanzati, una suora, tutti in attesa che passi Martina, in attesa di consegnargli qualcosa per suo padre. Da una scatola spunta un asciugamano, da un altro una rosa rossa benedetta al Santuario di Santa Rita, da un’altra ancora due lumachine in terracotta, una più grande gialla e l’altra marrone, l’idea di un signore di Padova accompagnata da un biglietto: «Siete tu e tua figlia, andate piano ma andate lontano». Il brigadiere ha sorriso, le lumachine sono in bella mostra nella stanza.

LA MAGLIETTA
Ma forse il regalo più bello, quello che davvero gli ha riscaldato il cuore, è arrivato dal fratello Pietro, che fa il poliziotto a Pavia e nel tempo libero è un buon maratoneta. Una foto di Giuseppe su quella maglietta e sotto la scritta: «Corro anche per te». Il brigadiere Giangrande, che nella sua vita precedente è stato un grande sportivo, tanta atletica e tanta bicicletta, s’è provato addosso la maglietta e ha annunciato agli astanti: «Voglio tornare a correre, spero proprio di farcela».

Invece non ce la fa, proprio non ce la fa, questo veterano dell’Arma dei Carabinieri, a ripercorrere ad alta voce i momenti di quella maledetta mattina. «Con me non ne parla proprio» ammette Martina, mentre al fratello ha chiesto in più occasioni: «Quando si farà il processo?». E intendeva il processo a Luigi Preiti, l’uomo che stava per ucciderlo. «Gli abbiamo spiegato -racconta Pietro Giangrande- che è un faccenda lunga, che per arrivare al processo ci vuole tempo, più tempo di quanto lui dal letto d’ospedale possa aver pensato».

Ma dal letto d’ospedale, prima ancora che riuscisse a sedersi sulla sedia, il nostro brigadiere s’è parecchio preoccupato anche dei medici e delle infermiere che lo stanno curando. Ha imposto, come al solito, a Martina che comprasse confezioni di caffè un po’ per tutti, un regalino, un pensiero gentile, un grazie detto alla sua maniera. E lei l’ha accontentato, come l’ha accontentato l’altra sera davanti a una vaschetta di gelato rimasta praticamente intatta. «Non riportarlo a casa, si rovinerà lungo la strada. Dallo a loro, alle infermiere. Saranno contente». E’ stato un piccolo trionfo.

TERAPIA E VISITE
Mangia con appetito, anche se sempre con l’aiuto di qualcuno, parla, vede la tv, passa notti relativamente tranquille pensando a quello che gli è capitato. A volerle semplificare, queste giornate di Montecatone, Giangrande le divide molto semplicemente in due.
La mattina la dedica alla terapia, si sottopone a sedute massacranti senza battere ciglio, e i miglioramenti si vedono, piccoli movimenti, piccoli riflessi in più dopo quella lesione al midollo. Il pomeriggio, invece, è per le visite, la figlia Martina e tutti gli altri, soprattutto i colleghi del Battaglione Toscana, che non l’hanno lasciato solo un momento.

Eppoi gli incontri con le autorità, il comandante dell’Arma Gallitelli, il presidente del Consiglio Letta, il presidente della Regione Emilia Romagna Errani. «Sapesse come si prepara con cura» racconta la figlia. Ogni volta lui che le dice: «Voglio farmi vedere pronto anche da loro». E così questi brevi colloqui durano qualche minuto in più del previsto, il brigadiere diventa sempre più forte.

IL COMPLEANNO DELLA FIGLIA
Martina, però, resta con i piedi per terra. Giudiziosa come un’adulta, coraggiosa come solo la figlia di Giuseppe Giangrande può essere. Lei, che da un mese ormai si dedica ventiquattr’ore al giorno al padre («sono tornata a casa a Prato un paio di volte, solo per un cambio d’abiti»), che fa avanti e indietro tra Imola e Montecatone, dall’appartamento che l’Arma le ha messo a disposizione, lo ripete a tutti quelli che vorrebbero già festeggiare qualcosa: «Sono piccoli passi, la strada è lunga».

Lunga anche per lei che il 13 maggio ha compiuto 23 anni e quel compleanno non lo voleva proprio festeggiare. Ci hanno pensato gli uomini dell’Arma a farle cambiare idea. L’hanno trascinata a cena, marescialli, mogli, bambini, tutti insieme sul cocuzzolo di Dozza, un gioiello di paese sopra Imola.
«E hanno avuto ragione loro, sono stata bene». Coraggio Martina, da quassù sembra un’altra Italia.

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