Dieci anni fa un altro uomo dello Stato fu ucciso. Lasciato solo, divvenne facile obiettivo delle nuove Brigate Rossi. Marco Biagi, giuslavorista (Bologna, 24 novembre 1950; Bologna 19 marzo 2002) fu appunto ucciso dieci anni fa, mentre rincasava dal lavoro. A partire dagli anni Novanta, Biagi ha avuto numerosi incarichi governativi come consulente ed esperto di diritto del lavoro e come consigliere di diversi ministri del governo. Venne ucciso da un commando di brigatisti, come nel caso di Massmo D’Antona, nella logica terroristica di annientamento di professionisti e servitori dello Stato legati ad un contesto di ristrutturazione del mercato del lavoro.
La sera del 19 marzo 2002 sono da poco passate le ore 20 quando, Biagi, a bordo della sua bici, ha appena percorso il tratto di strada che separa la sua abitazione di via Valdonica dalla Stazione dove, poco prima, è sceso dal treno che da Modena (dove è docente alla facoltà di Economia) lo riporta ogni sera a Bologna.
Sceso dal treno, chiama la moglie e avverte che sta per arrivare, poi inforca la bicicletta e s’incammina verso casa. Di sentinella alla Stazione e lungo la strada che porta al suo domicilio ci sono già due terroristi che seguono i suoi movimenti, avvertendo gli altri complici dei progressivi spostamenti dell’obiettivo.
Alle 20:07 un commando formato da altri tre brigatisti, due a bordo di un motorino ed un terzo (la staffetta) a piedi, lo aspetta di fronte al portone della sua abitazione, al civico 14. I due terroristi che si fanno incontro al professore, e che indossano caschi integrali, aprono il fuoco esplodendo sei colpi in rapida successione in direzione di Biagi, per poi allontanarsi molto velocemente.
Alle 20:15, Biagi muore tra le braccia degli operatori del 118 che sono accorsi sul posto. L’arma utilizzata nell’azione, si scoprì dopo, risultò essere la stessa del delitto D’Antona.
Il ministero dell’Interno, in quel periodo diretto da Claudio Scajola, solo pochi mesi prima dell’attentato, aveva privato Marco Biagi della scorta, da lui richiesta proprio per timore di attentati da parte di componenti appartenenti all’estremismo di sinistra.
Una volta tolta, Biagi, tramite lettere scritte a diverse personalità politiche, ne fece nuovamente richiesta visto anche il perdurare delle minacce ricevute, ma questa non gli fu accordata. I brigatisti stessi ammisero che avevano deciso di colpire proprio Biagi in quanto poco protetto. Il delitto fu rivendicato nella notte stesa con un documento di 26 pagine, a firma Nuove Br, inviato via mail a 500 indirizzi di posta elettronica di diverse organi di stampa.
Nel processo di primo grado, il primo giugno 2005, la Corte d’Assise Di Bologna, dopo ventidue ore di camera di consiglio, condanna a cinque ergastoli altrettanti componenti delle Nuove Br: Nadia Desdemona Lioce; Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Diana Blefari Melazzi, Simone Boccaccini. Il sei dicembre 2006, la Corte d’Assise d’Appello conferma in secondo grado l’ergastolo per la Melazzi, Morandi, Lioce e Mezzasalma, riducendo a 21 anni di reclusione la condanna per Boccaccini, riconoscendogli le attenuanti generiche.Nel terzo ed ultimo grado di giudizio, l’otto dicembre 2007, la Cassazione, conferma il verdetto.