Trentaquattro anni. Tanti ne sono passai dal giorno in cui in via Mario Fani fu sequestrato Aldo Moro, l’allora presidente della Dc. Una pagina ancora buia della nostra storia. Un sequestro durato 55 giorni, durante i quali lo statista fu sottoposto a un processo politico dal Tribunale del Popolo istituito dalle Brigate Rosse. Moro alla fine fu ucciso e il suo corpo fu fatto ritrovare il 9 maggio nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani. Quando fu rapito, aveva 61 anni: era stato il tessitore della lunga marcia di avvicinamento del Pci all’area della maggioranza di governo. Quel 16 marzo del 1978, alle 9.02, in un blitz durato appena tre minuti, le Br uccisero i cinque uomini della scorta: Oreste Leonardi, il capo, sottufficiale dei carabinieri, ex istruttore della Scuola sabotatori paracadutisti di Viterbo, Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri, Raffaele Jozzino e Giulio Rivera, poliziotti e Francesco Zizzi, vice brigadiere di polizia, che muore in ospedale poco dopo. E’ importante non dimenticare anche i loro nomi. Tanti i dubbi sulla composizione del commando che operò in via Fani e su quanto avvenne in quei 55 giorni. Secondo le ricostruzioni elaborate nel corso degli anni vi avrebbero preso parte nove persone: Mario Moretti, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari, Bruno Seghetti, Raffaele Fiore, Alessio Casimirri e Alvaro Loiacono, più Rita Algranati come vedetta. Bloccata l’auto di Moro con un tamponamento, le br uccidono la scorta e portano via Moro. In tutto sono sparati 91 colpi, 49 dei quali da una sola persona, che usava un’arma mai ritrovata. Un testimone esperto di tiro definirà quel brigatista “un tiratore scelto” che sparava come “Tex Willer”. Molti testimoni hanno però parlato della presenza di due persone su una moto Honda: mai scoperto chi fosse. In più, nella ricostruzione ufficiale non quadra il fatto che tutti i terroristi avrebbero sparato da un solo lato, mentre una perizia (e alcune testimonianze) sembrerebbero dimostrare che uno dei killer era sul lato opposto. Moro stava andando alla Camera, dove Andreotti avrebbe presentato il suo nuovo Governo, il primo con l’appoggio del Pci, nato proprio dal paziente e faticoso lavoro dello statista. All’angolo dell’agguato c’era di solito il furgone di un fioraio, ma quel giorno era rimasto a casa perchè aveva trovato il suo mezzo con tutte le ruote squarciate. Alle 9,24 polizia e carabinieri dispongono posti di blocco sulle strade in uscita dalla città, mentre in via Fani sonoarrivate le forze dell’ordine. Lo statista, secondo la ricostruzione in seguito fatta da Morucci, con una 132 scortata da altre due vetture ha raggiunto Monte Mario. Il presidente della Dc viene trasferito su un furgoncino e con questo viene portato in un parcheggio sotterraneo in via dei Colli Portuensi e qui trasbordato su un’auto blu che lo porta nella “prigione” di via Montalcini. Alle 10 arriva all’Ansa la prima telefonata di rivendicazione delle Br. Nella giornata viene proclamato lo sciopero generale e centinaia di migliaia di persone manifestano a Roma e in tutte le più grandi città, mentre si susseguono i vertici a Palazzo Chigi, in questura, al Viminale. Il caos e aumentato dal fatto che i telefoni della zona, proprio in quel momento, rimangono muti. Un malfunzionamento dovuto, secondo la Sip, al sovraccarico delle linee. Insomma per 55 giorni giorni Moro sarebbe stato tenuto ostaggio in via Montalcini, in un appartamento comprato da Anna Laura Braghetti, oltre alla donna sarebbero stati suoi carcerieri Germano Maccari, che risultava convivente della Braghetti, Gallinari e Mario Moretti, che andava e veniva per interrogare Moro. Nel garage della casa sarebbe stato ucciso. Durante i 55 giorni di prigionia le Br scrivono nove comunicati, tutti con la stessa macchina a testina Ibm (il primo il 18 marzo, l’ultimo il 5 maggio). C’è poi il falso comunicato numero 7, trovato il 18 aprile, che annunciava il corpo di Moro si trovava nel lago della Duchessa. Sembrerebbe che in realtà sia stato scritto da Toni Chichiarelli, falsario in contatto con la banda della Magliana, che sarebbe l’autore anche di un ulteriore falso comunicato in codice cifrato, firmato cellula Roma sud. Nei 55 giorni, Moro scrisse moltissime lettere, sicuramente più di 80, e diverse versioni del testamento. Solo 28 lettere furono recapitate dai ‘postini’ delle Br (ruolo di solito attribuito a Morucci e Adriana Faranda). Le altre furono trovate a via Monte Nevoso nel ’78 e nel ’90. Le più importanti sono quelle a Cossiga, a Taviani, a Zaccagnini e al Papa. In quel periodo lo statista scrisse un memoriale per rispondere alle domande delle Br. Ne sono state trovate due stesure in via Monte Nevoso in due tempi (nel 1978 e nel 1990) ma molti sono convinti che il testo completo non sia quello scoperto, considerato anche che nessuna delle due versioni sembra contenere rivelazioni particolarmente imbarazzanti o rilevanti. Tante le telefonate che si sono susseguite. Quelle più importanti sono quella di Moretti il 30 aprile a casa Moro, per chiedere un intervento immediato di Zaccagnini, e quella di Morucci, il 9 maggio, per segnalare che il cadavere dello statista era in via Caetani. Due furono gli atteggiamenti dei politici durante la prigionia di Moro, quello definito del “partito della fermezza” e quello del “partito della trattativa”. Tante le ipotesi di infiltrazioni di soggetti esterni all’interno delle Br nel corso dell’operazione. Si parlò anche dell’esistenza di un “grande vecchio”, una mente esterna che avrebbe diretto il terrorismo. Inutili furono tutti i tentativi, caratterizzati anche da depistaggi, per salvare lo statista. Pare che anche la Banda della Magliana fosse stata contattata per individuare il covo dove era tenuto segregato. Dopo indagini e l’apertura di un’apposita commissione parlamentare d’inchiesta sono stati quattro i processi principali sul caso. Il primo, che unificava i Moro-uno e Moro-bis, si è concluso in Cassazione (22 ergastoli) nel novembre 1985, il Moro-ter si è concluso nel maggio 1993 (20 ergastoli), il Moro-quater a maggio 1997 con la condanna definitiva all’ergastolo per Lojacono, il Moro-quinquies si è concluso in due tempi (nel 1999 e nel 2000)con le condanne di Raimondo Etro e Germano Maccari.