La terra trema e il mare si solleva. Il Giappone precipita nella tragedia. A un anno dal terremoto e dallo tsunami che hanno ucciso 20mila persone, distrutto la centrale atomica di Fukushima e messo in ginocchio il sistema energetico, il Giappone prova a rialzarsi. Era l’11 marzo del 2011, le 14:46 ora locale, le 7:26 di mattina in Italia, quando un terremoto di magnitudo 9 e un successivo potentissimo tsunami si abbattevano in poche ore sulle coste settentrionali del Paese asiatico, lasciando circa 19mila morti e provocando la piu’ grave crisi nucleare della storia del mondo dopo Chernobyl, a causa della fusione dei noccioli dei reattori 1, 2 e 3 della centrale nucleare di Fukushima. Ad un anno di distanza, il Giappone ricorda le sue vittime, i suoi dispersi, la distruzione, fermandosi per un minuto, con le bandiere a mezz’asta e con una cerimonia al Teatro nazionale di Tokyo a cui parteciperanno l’imperatore Akihito e il premier Yoshihiko Noda. A Fukushima sara’ il governatore Yuhei Sato a guidare gli eventi commemorativi nell’area. Tokyo ricorda, perche’ non puo’ dimenticare, in primo luogo, le conseguenze della contaminazione radioattiva. La riduzione della radioattivita’ e’ infatti l’obiettivo considerato ancora oggi ‘indispensabile’ per evitare il bando dei prodotti agricoli e la fuga dei residenti. “La catastrofe che si è abbattuta sul Giappone l’anno scorso ha messo i più piccoli e le loro famiglie in una condizione estremamente difficile. In tutto il Giappone sono 25 mila i bambini che hanno dovuto abbandonare la propria casa, adattarsi ad una nuova città, uno spazio domestico non familiare, una nuova scuola e nuovi amici, vivendo disagi che per molti si sommavano alla perdita di persone care”. Lo rende noto Save the Children. La sfida della ricostruzione, informa l’organizzazione, “é enorme, soprattutto nella regione colpita dal disastro nucleare, dove sono al collasso i settori agricolo e ittico, che costituiscono i due principali comparti economici del Paese. Le infrastrutture necessitano interventi a lungo termine, e oltre 300 mila persone vivono ancora nei rifugi temporanei, o dipendono dai sussidi governativi per potersi permettere una casa”. La maggior parte dei genitori incontrati da Save the Children, viene ricordato, hanno sperimentato come migliaia di persone un improvviso stato di precarietà, la necessità di doversi reinventare un lavoro magari in una nuova città. Oltre 7 mila scuole e asili nido sono andati distrutti, comportando un terribile vuoto nella formazione dei bambini. “Questi bambini – afferma Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia – hanno raccontato ai nostri operatori di aver perso case, amici, luoghi, affetti, e di provare uno stato d’ansia per il timore che un altro disastro nucleare possa nuovamente sconvolgere una quotidianità che stenta a riprendere. L’impossibilità di giocare all’aria aperta, tornare fra i banchi di scuola o al mare, un elemento tanto familiare quanto vitale per il popolo giapponese, ha fatto maturare nei bambini un forte senso di frustrazione e di alterazione della realtà, frutto dei numerosi impedimenti cui sono costretti”. Questi avvenimenti non devono mai essere dimenticati. Ci fanno capire quanto siamo piccoli e insignificanti. Quanto litigi, discussioni, accadimenti che ci sembrano problemi, in realtà non sono nulla. Ci devono far ricordare quello che veramente conta nella vita anche se nella frenesia quotidiana non è facile.