Il “Buongiorno” di Massimo Gramellini su “La Stampa”

Trentun anni da Ustica e come ogni anno ritornano le rivelazioni, gli appelli, i riassunti delle puntate precedenti di uno strazio infinito, parte dell’intricato feuilleton che era l’Italia di quei tempi certo non migliori di questi. Prima, durante e dopo il DC-9 inabissatosi in mare (i pinocchi di Stato parlarono di «cedimento strutturale») ci furono la bomba alla stazione di Bologna, la lista P2, la morte di Calvi, il rapimento di Emanuela Orlandi, i delitti Ambrosoli, Pecorelli e Dalla Chiesa, in un turbinio di gangster, doppiogiochisti, terroristi interni e internazionali, agenti «in sonno» e altri fin troppo svegli. Migliaia di pagine d’inchiesta non sono bastate a suturare nemmeno una di queste ferite della memoria collettiva. Su Ustica, fra un baciamano e l’altro, fra un bombardamento e l’altro, si sarebbe potuto almeno chiedere qualche delucidazione a Gheddafi, che la sera del 27 giugno 1980 pare volasse da quelle parti. Invece muri di gomma e facce di bronzo. Intendiamoci. Ogni nazione ha i suoi misteri insoluti: in America ancora si discute sui mandanti dell’assassinio di Kennedy e sui presunti alieni caduti nel New Mexico. Anche lì si pensa che il Potere tenga nascosti pezzi di verità. Ma nelle nazioni più serie il Potere coincide con lo Stato: istituzioni politiche e forze armate. Invece da noi a reggere i fili del mistero sembrano esserci delle cricche perennemente in lotta o in combutta fra loro. Mafie, consorterie, piccoli Stati cresciuti dentro lo Stato fino a corroderlo e a trasformarlo nell’esile fondale di una recita che si svolge dietro le quinte e proietta sul palco soltanto le ombre.