di Roberto Saviano. da Repubblica.it

Penso spesso che se non avessi avuto la boxe sarei impazzito perché allenarsi sul ring ti dà solidità: lì non sei più teso, non devi pensare che chi ti è vicino possa all’improvviso tradirti. Sai come ci si batte. Come si vince e come si perde. Allenarsi, sbagliare.
Penso spesso che se non avessi avuto la boxe sarei impazzito perché allenarsi sul ring ti dà solidità: lì non sei più teso, non devi pensare che chi ti è vicino possa all’improvviso tradirti. Sai come ci si batte. Come si vince e come si perde. Allenarsi, sbagliare. Di nuovo allenarsi, stancarsi, resistere, prendere cazzotti e sentire crampi. Ogni errore fatto in allenamento è un errore in meno che farai nell’incontro successivo. La boxe è stata aria per me, ossigeno in un momento in cui mi sembrava di non avere niente, così, quando ho saputo che da un mio racconto sarebbe nato un film, Tatanka, sono stato felice. Felice perché finalmente il cinema italiano torna ad occuparsi di pugilato e del pugilato a Sud. Una storia, quella diretta da Giuseppe Gagliardi e scritta insieme a Maurizio Braucci, Massimo Gaudioso, Salvatore Sansone e Stefano Sardo, che lega due ragazzi colmi di vita e passione, come tutti i loro coetanei, ma che vivono in un territorio dove ogni possibilità sembra già decisa, ogni azione un’azione di guerra, emigrare o lavoro nero. Cantieri o racket, sfruttamento o affiliazione.
E poi però c’è il pugilato. La via di fuga che non ti aspetti. La regola, la ricerca d’onore che non è violenza. E questa storia, ordinaria eppure terribile, è raccontata in una città del Sud non chiaramente definita: un po’ Castelvolturno, un po’ Marcianise, un po’ Casal di Principe. Una storia di passione e criminalità dove il male, che è male fino in fondo, che è cinismo e ferocia, non si sottrae al sacrificio estremo. Molte scene nascono e sono ambientate in quella che è considerata un vero e proprio tempio per i pugili italiani: la palestra Excelsior di Marcianise.
Quando riuscii a varcare la soglia dell’Excelsior come aspirante pugile, fu per me come entrare nella Tana delle tigri, proprio quella del cartone animato l’Uomo Tigre, che tutti i ragazzini nati alla fine degli anni ’70, come me, avevano desiderato di frequentare e al contempo erano terrorizzati al solo pensiero che esistesse davvero.
L’allenatore dell’Excelsior, il Confucio di quel tempio, è Mimmo Brillantino. In palestra mi ha messo sotto torchio, trattato da professionista, senza alcun riguardo per la mia inesperienza, perché lui vuole che si formi prima l’uomo e poi il boxeur. Cura l’aspetto fisico con una perizia e un’abilità incredibili, rafforzando i muscoli e anche la tenuta mentale. Muscoli che non devono definirsi come quelli dei modelli che pubblicizzano saponi o lamette per la barba. Potenza, resistenza piuttosto che olio e abbronzatura. Allenamenti da sfibrare cuore e polmoni, con l’acido lattico che ti sale fino al cervello. Guardando il film si potrà pensare che quella palestra sia stata ricostruita in quel modo ad arte. Nient’affatto. La Excelsior è esattamente così. Si stenta a credere che una struttura che ha formato decine di campioni nazionali ed europei, olimpionici, e campioni del mondo, non abbia nulla delle palestre cittadine eleganti, ben attrezzate, arieggiate, luminose, linde e ben arredate. E invece è così: la Excelsior è una palestraccia di una scuola media, data in prestito ai pugili. Spesso si rompe il bagno e si diffonde ovunque un odore acre di piscio. Puzza di sudore: “E cosa vuoi sentire in una palestra, mandaranci?”, ti senti rispondere se storci il naso. In qualsiasi parte d’Europa, un domatore di leoni come Brillantino avrebbe palestre luminose con parquet a terra e non cemento, con sacchi di colori fiammanti e non questi tutti rattoppati e pesti, che invece basculano. Eppure qui corri sul cemento, ti alleni contro sacchi suturati perché non servono orpelli per sentirsi pugili e non serve nemmeno lamentarsi.
Fai del tuo meglio con quello che hai: troppo facile raccontarsi che è impossibile riuscire perché non ci sono le condizioni, le motivazioni nascono altrove. Appiccicate sulle pareti ci sono le massime di Brillantino: “Vittoria = fatica e allenamento”, “Rispetta l’avversario che non è un nemico” e insegnamenti che lo hanno consacrato maestro, poiché cerca di spiegare non solo con flessioni e corse, non solo con guardie e finte, come si sta in questo dannato mondo. Non puoi chiedere al maestro Brillantino chi sia il miglior pugile che abbia mai allenato. “Tutti” ti risponde con una sincerità disarmante, oppure se lo trovi nervoso e speranzoso: “Quello che deve ancora entrare in palestra e che sto aspettando”. Molti credono di sapere per chi batta davvero il suo cuore. Qual è il pugile che ami di più. Ma è il prescelto per un attimo, poi però capisci che le sue stelle sono tutte lì, attaccate al muro. Proprio stelle. Stelle di carta ritagliate da lui una ad una, e che portano al centro la foto di ogni pugile che abbia vinto un trofeo, dal più piccolo regionale sino ai mondiali e gli ori olimpici. “Nessuno resta indietro” è il motto del maestro. E i ragazzi per questo lo adorano. È così, con queste immagini, che si nutrono i sogni dei pugili che si allenano alla Excelsior.
Marcianise è la capitale del pugilato, vivaio storico della nazionale olimpionica italiana. A Marcianise, non più paese di campagna ma non ancora città, in tutto quarantamila abitanti, ci sono tre palestre gratuite dove i ragazzi di tutto il Casertano vanno a tirare al sacco. È così dalla Seconda guerra mondiale, quando gli americani stanziati in Campania chiamavano come sparring partner i carpentieri e i bufalari della zona che si misuravano con i marines per un paio di dollari. E dopo essere riusciti a batterne parecchi, continuarono a combattere, misero su palestre e cominciarono a insegnare ai ragazzi del posto le regole del pugilato che sono incompatibili con quelle dei clan. Nella boxe la sfida è uno contro uno, faccia a faccia, non bande armate contro inermi. C’è la fatica dell’allenamento, il rispetto della sconfitta. La lenta costruzione della vittoria.
Nel film questo lo si avverte subito: lo scarto tra il fuori caotico e violento, lussuoso e patinato, dove vince il più furbo e il dentro pieno di umiltà e fatica, dove vincono sacrificio e tenacia. Nel film c’è il racconto di ciò che accadeva a Marcianise alla fine degli anni ’90, quando per prima, in Italia, dalla fine della guerra si era vista imporre il coprifuoco dal Prefetto, perché in quegli anni si contava un morto al giorno. Quando iniziarono a massacrarsi i Mazzacane e i Quaqquaroni, le famiglie che gestivano quelle zone, gli allenatori di boxe furono fondamentali per salvare il territorio. Seguendo nient’altro che l’imperativo del pugilato, “tutti in palestra senza distinzione di colore, testa, classe, religione, gusto”. Ogni giorno si imponevano ai ragazzi allenamenti massacranti, sospesi solo per scuola e studio: pranzo, compiti e poi di nuovo allenamento. Col sole in maniche corte, con la pioggia col cappuccio.
I coach andavano a prendere i ragazzini dai bar, dalle piazze, fuori dalle scuole. E così li strappavano al deserto metropolitano in cui i clan riescono a reclutare, a mettere sulle loro scacchiere di alleati e nemici, i giovani di generazione in generazione. La boxe rompeva questo meccanismo e lo faceva in modo definitivo. In questo il ring è spesso più efficace di una laurea. Perché quando hai combattuto col sudore della tua fronte e con le tue mani, arruolarsi nella camorra diviene una sconfitta. O fai di tutto per restare in piedi sul ring o dai fondo alle tue forze e metti in conto di andare giù. In ogni caso combatti, uno contro l’altro senza altre possibilità o mediazioni. Scegliere di diventare pugili non ti renderà ricco; non è più come negli anni ’70 dove se sfondavi divenivi un faraone colmo di pubblicità, Porsche e belle ragazze che ti inseguivano. La boxe è tornata nei sottoscala, ad essere sponsorizzata dai radiotaxi e sostenuta dalla Polizia di Stato. Si combatte per passione. E anche se nessuno ha il coraggio di confessarlo vivere con le proprie passioni significa vivere con le proprie sofferenze. Tatanka, parola con cui i Lakhota Sioux indicano il bisonte maschio, è il titolo del film, ma è prima di tutto il soprannome di Clemente Russo. Il nome glielo mise uno dei suoi maestri perché combatte abbassando la testa, naso all’altezza del petto, occhi tirati su, fronte bassa e giù a picchiare. Pesante come un bisonte, ma agile e leggero come un ballerino. La storia è quella dell’uomo che sfida il destino, che si emancipa dal proprio ambiente e da un percorso che sembrava scritto. Il pugilato rimane uno sport epico proprio perché si fonda su regole della carne che pongono l’uomo di fronte alle sue possibilità. Anche l’ultimo della terra con le sue mani, la sua rabbia, la sua velocità può dimostrare il proprio valore. Il combattimento diviene un confronto con questioni ultime che la vita contemporanea ha reso quasi impossibile. Sul ring comprendi chi sei e quanto vali. Ma non è l’esito di un incontro a stabilire chi veramente è più forte. Più che la vittoria, più che i risultati degli incontri, conta la pratica dell’esperienza di dolore, conta l’assenza di senso che occorre sostenere per potervi salire e starci dentro la vita che cerchi di sceglierti come vivere. La differenza tra un campione e un buon pugile la fa il motivo per cui combatti. Non un motivo necessariamente civile o sociale. Religioso o familiare. Ma una pulsione che ti spinga a superare te stesso. Che ti spinga a essere, su quel quadrato, più di te stesso. Quando in qualche modo porti nella tua sfida le speranze di molti, e i pugni che dai e ricevi sul ring smettono di essere solo gesti sportivi e divengono simboli. Divengono i cazzotti di un’intera generazione, i ganci e gli uppercut di chi non ne può più di stare sempre in salita o di chi cerca in qualche modo di rialzarsi. In quel momento smetti di combattere solo per te stesso, per il tuo titolo, per i tuoi allenatori, per i soldi da portare a casa, per la fidanzata che vuoi sposare. E combatti per tutti. Come De La Hoya ha sempre combattuto con tutti i latinos dentro i suoi pugni, o Jake La Motta con la furia che girava nel corpo degli italoamericani. Mohammed Ali invitato ad una lezione ad Harvard coniò dinanzi ad un aula gremita di studenti la poesia più breve del mondo. Che sintetizzava il suo talento, quello che lo portava a vincere: “Me We”, ovvero, “Io Noi”. Anche se qualche anno dopo ci ha scherzato su dicendo che aveva detto “Me? Whee!”, come dire “Io? Evviva!”, quel Io Noi, per me è il pugilato.