Il “buongiorno” di Massimo Gramellini su La Stampa.

Appena Benigni, l’altra sera, ha fatto una battuta sul candidato democratico Giusi La Ganga («A Torino il Pd ha deciso di combattere Berlusconi sul suo stesso terreno») per la prima e unica volta nel PalaIsozaki non ha riso nessuno. Non i giovani, che La Ganga ignorano chi sia. E nemmeno gli adulti, che invece lo sanno fin troppo bene e proprio per questo non riescono a riderne. Ha ragione Marco Travaglio quando ricorda che l’ex notabile craxiano, a differenza di tanti tangentari, ha saldato il conto con venti mesi di carcere e la restituzione all’erario di mezzo miliardo di lire. E non ha torto lo stesso La Ganga (svantaggiato, riconosciamolo, anche da un cognome così evocativo) nel rivendicare il suo diritto a una seconda occasione. Eppure questa deriva brizzolata della politica non va bene, non va bene per niente. Il ritorno dei La Ganga viventi è una iattura: non perché si tratta di ex arraffoni, ma perché perpetua all’infinito il fantasma degli Anni Ottanta. Siamo incagliati lì, come un veliero di pirati sommerso dalle alghe. Se parliamo solo di soldi facili e di feste volgari, come allora, è perché siamo governati da gente che allora aveva quarant’anni e intende continuare ad averli per sempre, sulla nostra pelle. Ma la colpa non è dei sopravvissuti socialisti, comunisti e democristiani. La colpa è di chi negli Anni Ottanta aveva vent’anni o anche meno, eppure continua a eternare i sopravvissuti sulle loro poltrone, non avendo l’energia per prenderne il posto e forse neppure la voglia.