Il “buongiorno” di Massimo Gramellini su La Stampa (14/04/2011)

Mi spalmo idealmente il lucido da scarpe sui polpastrelli per aderire a un’iniziativa del mondo del basket: tutti in campo domenica con la faccia dipinta di nero, alla faccia (appunto) dei razzisti che in un palasport lombardo la settimana scorsa hanno insultato una giocatrice italiana di colore, Abiola Wabara nata a Parma da genitori nigeriani. Il bene è vulnerabile e non ha altre difese che l’indignazione. Ma l’indignazione è una molla e le molle, a furia di scattare a vuoto, alla lunga non scattano più. Nella società dell’immagine occorre rinforzarle con un gesto plastico che parli un linguaggio comprensibile a tutti, persino ai razzisti. Il razzismo penetra nei popoli più di ogni altra forma di discriminazione perché è anzitutto un fenomeno visivo: non si rivolge al cervello, ma agli occhi. La sua è una forza artistica, teorizzò Hitler per fomentarlo. Dobbiamo attingervi anche noi, allora, per stroncarlo. Così devono aver pensato i giganti (in tutti i sensi) del basket, quando hanno deciso di scendere sul parquet come se fosse un palcoscenico, con loro nella parte di Otello. Tutti neri, compresi i biondi, i calvi e le riserve. Speriamo aderiscano anche gli spettatori. E pure il premier: gli basterebbe schiarire leggermente il fondotinta. Unica avvertenza, non recarsi alla partita a bordo di un barcone. C’è sempre il rischio di incontrare Speroni o Castelli, che in questo periodo hanno il grilletto facile.