In “Boris Il Film”, il regista René Ferretti molla la brutta fiction tv che ha fatto per anni e tenta il grande salto: un film d’autore, per il cinema. Insomma, la libertà artistica dopo una carriera asservita al conservatorismo televisivo. Ma il mondo del cinema con i suoi snobismi può essere perfino peggio di quello della tv. Soprattutto per una troupe, quella di Ferretti, a dir poco estranea all’Arte con la “a” maiuscola. Tra cinematografari snob, attrici nevrotiche, sceneggiatori modaioli, eroinomani, squali e improvvisati vari, viene messo a nudo un mondo, quello del cinema italiano, che aspira a una nuova giovinezza e vive invece solo una perenne immaturità.
Fare un film dopo una serie tv di successo è sempre un rischio. Una scommessa che quantomeno nel primo tempo vede la pellicola perdente rispetto alla serie televisia. Nel secondo tempo c’è un recupero che porta la gara alla parità. Non semplice adattare l’anima geniale della fiction. Comunque il film è fruibile anche per coloro che non hanno seguito gli amati interpreti televisivi. Il film infatti sviluppa una storia vera e propria, una storia attorno alla realizzazione di un film. E quello che emerge con grande talento ironico è la poca voglia, serpeggiante nel Paese, di costruire qualcosa di bello, di avere ancora un immaginario. Un film quindi amaro ed ironico, alla Pirandello, ritratto di una società che si accontenta, che non ha più voglia di lottare davvero, anche se con alcune piccole eccezioni.